[C'era una volta il Web] Carlo Infante: “Gente di frontiera”
Carlo Infante pensa che il Web non sia un semplice strumento. Lui, classe ’55, è docente freelance, scrittore, giornalista ed esperto di performing media. Oggi è managing director di UrbanExperience, il social network pensato per reinventare gli spazi pubblici e creare reti di persone sul territorio.
Infante, lei come si definisce?
Sono un progettista culturale e un media-attivista che arriva dal mondo del teatro. Sono stato un critico militante dei movimenti teatrali di avanguardia e amo misurarmi con frontiere ancora inesplorate. Lo dico subito, mi muovo per slogan evolutivi. Spesso invento termini nuovi, ma li associo sempre a pratiche sperimentali che sondano nuove possibilità di comunicazione.
Tra le nuove frontiere ha scelto soprattutto la Rete.
In realtà, il mio percorso nasce ben prima della Rete. Tutto ha inizio negli anni ’70, quando facevo politica rivoluzionaria. In quel periodo usavo le multivisioni con le diapositive per fare media-attivismo. Performance multimediali ante litteram, un fenomeno che sta all’origine di ciò che definisco oggi “performing media”, usare le tecnologie abilitanti per esprimere politiche e poetiche di comunicazione innovativa.
A cosa si riferisce?
Alla dinamizzazione culturale come quella che si prospettava per la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo, nel 1974, e che oggi riguarda la scommessa evolutiva attivata dal Web 2.0. M’interessa dare forma alla partecipazione e cercare di tradurre l’interattività in un’interazione sociale. In tutto questo risiede il principio attivo del teatro, la prima grande tecnologia di comunicazione pubblica che sta alla base della civiltà occidentale.
Tutti strumenti di comunicazione esaltati dal Web.
Attenzione, non dobbiamo considerare questi media come degli elementi sovrastrutturali. Qui stiamo parlando di principi da cui scaturisce nuova energia sociale. Spesso trattiamo il Web, il teatro, o l’alfabeto come strumenti d’espressione. Sono molto di più, sono psico-tecnologie che ci entrano dentro, che acquisiamo per diventare ambienti in cui stabilire nuove relazioni.
Non si tratta di un semplice mezzo.
Attraverso l’alfabeto non solo ci esprimiamo ma pensiamo. La stessa cosa vale per il teatro che ha permesso all’alfabeto di esplicitarsi grazie al rapporto con il corpo e oggi per il Web, che con le dinamiche non lineari dell’ipertesto ci invita a riscoprire la nostra natura cognitiva, multidimensionale, simultanea come il mondo che ci circonda.
Allora come possiamo definire la creatura di Tim Berners-Lee?
Lui ha inventato il primo protocollo ipertestuale, l’Http, ma questa non è stata la condizione sufficiente a far sì che la sua idea facesse il botto. Il Web è forte perché ci fa fare cose che prima non pensavamo.
È un pensiero dinamico.
In uno quei slogan evolutivi che amo lanciare, affermai, giocando con il detto di Obama, “Yes we can”, in una mia trasmissione RAI: “Yes Web can”. Sì, il Web può far accadere cose che da soli non siamo capaci di fare per bene. Ci spinge a collaborare. È un’induzione psicologica che ci contagia e ci spinge a esprimere qualcosa di non previsto.
Quando ha iniziato a occuparsi di questi aspetti sociali della Rete?
Nei primi anni ’90, quando mi sono spostato da Roma a Torino. Curai nel 1992 il primo convegno sulle Realtà Virtuali e poi, dopo il riflusso di quella prima ondata di meraviglia tecnologica, di nuovi modelli d’apprendimento con gli ipertesti. Mi sono trovato di fronte una città dalla spiccata vocazione tecnologica e allo stesso tempo ricca di cultura. Due aspetti intessuti nel suo DNA di città fabbrica e laboratorio politico del nostro paese.
A cosa ha lavorato?
Insieme a enti pubblici, come il Comune di Torino e la Regione Piemonte, ho curato diversi progetti sulle culture dell’innovazione. Nel 1996 curai al Salone del Libro un vero e proprio medialab di ipertesti educativi e nel 1997 progettai un “ipercantiere”, in collaborazione con Telecom, nell’ambito della Biennale dei giovani artisti.
La costruzione di spazi digitali.
In quell’occasione abbiamo lanciato uno dei primi blog in assoluto. A quel tempo si chiamava semplicemente diario online. Avevamo aperto una pista, fummo tra i primi ad usare una rete ADSL per una piattaforma Web ludico-paretcipativa.
Era approdato sulla frontiera.
È stato il punto di partenza. Negli anni 2000 le piattaforme si sono evolute verso il cosiddetto social, ma il punto era come svilupparlo in termini di format culturale e non solo di Web marketing. A un certo punto mi interrogai su come fare a scrivere storie all’interno delle geografie reali. Volevo legare le parole a un contesto territoriale. A una mappa della città, secondo l’intuizione dei situazionisti a proposito delle “psicogeografie”.
Che vuol dire?
Significa ripartire dal grado zero, abbandonare certi estetismi della Web art per tornare nella trincea del media-attivismo. Pensavo a mappe digitali su cui poter scrivere di che cosa è fatta una città. Le storie che volevamo raccontare erano le gesta di gente che si muove e con la sua azione traccia percorsi vitali, geografie umane. Vedi, le parole diventano dei grimaldelli, solo il fatto di mettere in cortocircuito storie e geografie ha fatto scattare qualcosa. Ha permesso di aprire connessioni nuove, opportunità di comunicazione, tecnologia abilitante.
Sta parlando di geotag su mappe interattive.
Un geoblog urbano, per essere precisi. E quella parola è stata coniata il quel cantiere. Abbiamo presentato il geoblog (si chiamava glocalmap.to) nel maggio 2005 al Salone del Libro di Torino. Un progetto da 100 mila euro, ottenuti grazie alla occasione olimpica, per avviare un progetto che ha contribuito a fare di Torino una città che voleva diventare qualcosa che oggi definiremmo una smart city. L’idea è passata come una spada nel burro. Non si era mai vista una cosa del genere.
È vero ma…
… ma Google Maps è saltato fuori solo nell’estate 2005. Ricordo ancora l’impatto: rimasi a bocca aperta per così tanto tempo da farmi cadere i denti. E’ la vita, si lavora a una sperimentazione in un cantiere creativo artigiano e dall’America arrivano, con investimenti milionari, con una piattaforma che ti supera di parecchie lunghezze. Ma il geoblog di Torino aveva qualcosa in più.
Un’impronta diversa.
Abbiamo reso operativo il geoblog a febbraio, in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, mappando l’esplosione partecipativa di Torino che si scopriva smart city. Ma il salto di qualità sostanziale per ciò che avevamo definito social tagging è arrivato il 21 marzo.
Cosa è avvenuto?
Abbiamo associato all’idea del geotagging l’impronta sociale delle azioni pubbliche nel territorio secondo l’ethos del media-attivismo. Quel geoblog ha tracciato le informazioni e le emozioni della manifestazione nazionale antimafia di Libera, scrivendo in diretta, dentro il corteo, le microstorie di quell’evento nelle geografie della città.
Di nuovo tutti sulla frontiera.
Già. Allora in città le reti Wi-Fi non esistevano quasi, ne allestimmo solo una, con la Provincia di Torino, in Piazza S.Carlo. Ma il dato importante era postare in movimento e le connessini cellulari su internet erano proibitive. Usammo gli MMS. Si andava in giro per la città, inviando foto e commenti, indicando nome della strada e numero civico. Tutti questi frammenti venivano poi visualizzati su una mappa grazie al database di foto aeree realizzato dal Comune di Torino per i servizi catastali.
Un passo verso qualcosa di nuovo.
Nel 2010 a Roma – dove sono tornato, per fare il nonno, dopo 17 anni di Torino – nasce Urban Experience, un progetto che rilancia quella linea di ricerca sul performing media, reinterpretando il concetto di spazio pubblico attraverso l’interazione tra Web e territorio.
Spazio reale e digitale si incontrano.
Abbiamo attivato un nostro social network e promosso diverse azioni di esplorazione urbana in diversi quartieri della capitale, con passeggiate radioguidate che chiamiamo walk show. Con noi lavorano molti architetti, che guidano i partecipanti nelle loro passeggiate attraverso sistemi whisper-radio molto simili a quelli turistici.
E oltre.
Sì, in più usiamo anche Twitter per lasciare una scia Web dei nostri movimenti. Parte integrante di questi format sono anche i mobtag – detti anche qr code – che usiamo sia per linkare agli smartphone le mappe ottimizzate su Web app sia brevi testi, con un particolare tocco viral.
Un esempio?
Nel gennaio 2007 utilizzammo i mobtag con il Performing Media Lab di Torino, che ha sede in un bene confiscato alle mafie, per tracciare una mappa emozionale della memoria antifascista. Così abbiamo accompagnato un gruppo di studenti che s’imbarcava su un treno per andare ad Auschwitz.
Esplorazioni all’avanguardia.
Non direi. L’avanguardia ormai è implosa. Oggi tutto è più avanti, non solo: è dappertutto, è nelle cose. L’innovazione è tutto intorno. L’innovazione ha soppiantato l’avanguardia ma è importante rilevare le starordinarie lezioni d’anticipazione che le avanguardie hanno espresso. Lì è possibile trovare le chiavi per interpretare la valenza culturale dell’innovazione.
Dove ci ha portati l’innovazione?
Siamo dentro un ambiente di radicale mutazione che dobbiamo esplorare. Questo scenario di trasformazione che trova nel Web la dimensione di nuovo spazio pubblico dovrà però essere antropizzato. Stiamo costruendo nuovi mondi e dobbiamo ancora imparare a progettarli.
Il Web non è soltanto una piattaforma virtuale.
Web e realtà virtuale non vanno confusi. L’ambiente digitale di cui parlo è un’altra cosa rispetto a una simulazione 3D immersiva. Nel Web c’è vita e società, mi riferisco alla condivisione della conoscenza: non basta leggere libri, vedere film e scaricare musica. Le informazioni vanno metabolizzate, elaborate e condivise: messe a disposizione degli altri, riusate, come accade nella poetica del remix.
Sembra un modello culturale.
Lo è. Dobbiamo superare le logiche non più sostenibili, cultura è interpretare la trasformazione in atto e ambientarsi in questi nuovi scenari. Per questo è necessario intercettare le nuove generazioni e coltivare in loro nuove attitituni di elaborazione come il multitasking, prima che sia troppo tardi. Per qualcuno il multitasking è solo dispersione cognitiva , mentre invece esprime una qualità ricombinante che sta alla base dell’ipertesto. Dobbiamo dedicarci a questo per evitare che la nuova generazione cresca da sola, confusamente.
Cosa c’è di innovativo?
Per secoli ci siamo abituati a oggetti e modelli lineari. Ogni cosa – dalla scuola fino alla fabbrica e agli eserciti – ha sempre seguito un ordine logico di tipo consequenziale. Ora grazie alle dinamiche del Web scopriamo un approccio diverso che sta, sorprendentemente, alla radice della nostra sensorialità multidimensionale.
Viviamo le nuove frontiere.
Sarebbe interessante che a scuola i ragazzi facessero lezioni di storia in realtà aumentata. Li vedo già girare per le città storiche con delle Web app mobile e prendere appunti su Twitter. Così attiveremo delle palestre di cittadinanza interattiva, sollecitando i giovani a fare pratica d’intelligenza connettiva, mettendosi in gioco.
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Lorenzo Mannella
mitico Carlo! Urban Experience è decisamente una delle esperienze più innovative, attrattive e “contagiose” per creare sinergie interattive in una cittadinanza che ha bisogno di sentirsi davvero attiva, dalla rete a fuori.
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[...] s’è svolta una giornata gloriosa per festeggiare i vent’anni del web con Tim Berners Lee: Happy Birthday Web. In quella pagina trovi un’intervista in cui si parla di media-attivismo, performing media e [...]
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