[C'era una volta il Web] Joy Marino: “I luoghi della Rete”

Joy MarinoProfessore, imprenditore, e veterano della Rete. Joy Marino, classe ’52, è uno di quelli che ha fatto connettere l’Italia a Internet. Oggi, è presidente del MIX, il luogo dove valanghe di bit si ritrovano insieme prima di raggiungere ogni angolo del nostro paese.

Marino, lei ha iniziato mettendo le mani dentro i computer.
Certo, ho studiato ingegneria elettronica a Genova. Ho sempre avuto la fortuna di avere la testa bacata di fare cose pratiche e sporcarmi le mani. Io nasco come progettista hardware, cosa di cui vado fiero. Ma sono stato anche ricercatore universitario. Prima precario, poi, un po’ più stabile.

Ma c’è di più.
Sì, nel 1981 ho iniziato anche a lavorare con UNIX. Ero dentro l’associazione degli utenti italiani UNIX, una realtà formata da metà persone dell’accademia e metà dell’industria. Ci siamo divertiti parecchio in quegli anni.

Si respirava una bella atmosfera.
La Rete europea di macchine UNIX stava crescendo giorno dopo giorno, un pezzo della storia di Internet. Ma far stare in piedi la Rete non era facile. Abbiamo faticato non poco per mantenere viva la nostra connessione da 64 kbs tra Genova e Amsterdam.

Una decina di anni dopo è nato il Web di Tim Berners-Lee. Che impressione le ha fatto?
Di sicuro ha suscitato in me la percezione che quello che era un giocattolo per pochi addetti ai lavori sarebbe diventato uno strumento di comunicazione di massa. Un’idea del genere non sarebbe potuta nascere che al CERN. È sempre stato un luogo dotato di un’ottima connessione alla Rete.

L’Europa iniziava a muoversi sul fronte business.
Infatti, tenevo d’occhio le prime iniziative che nascevano all’estero. A un certo punto, anche io mi sono lanciato. E l’ho fatto con molto sprezzo del pericolo, improvvisandomi imprenditore. Nel 1994 ho messo su ITnet, uno dei primi provider che ha cavalcato l’onda di Internet.

Non ha mai pensato a un progetto Web?
Rispondo con le parole di Galimberti: in tutte le corse all’oro, c’è sempre qualcuno che vende setacci e zappe. E sono loro quelli che fanno veramente i soldi. Ecco, noi di ITnet eravamo i venditori di setacci e zappe per i pionieri del Web.

Eppure, anche le applicazioni Web sembravano un grande investimento.
Ma non si possono fornire buoni servizi se la Rete è tenuta su con lo spago. La nostra specializzazione era quella di offrire una buona infrastruttura, avevamo i numeri. A Milano c’è un detto: “Offelee, fa el tò mestee”, pasticcere fa il tuo mestiere. Noi eravamo un provider, non ci interessava competere con i nostri clienti sul Web.

È stato difficile entrare al settore privato?
Molto, soprattutto per il fatto che negli anni ’90 insegnavo all’università. Dovendomi occupare di ITnet, non riuscivo a stare in aula come avrei dovuto. Nel 1999 con l’acquisizione da parte di Wind, mi sono dovuto dimettere dal mio incarico accademico. L’ho fatto a malincuore, ancora adesso mi manca molto il confronto con gli studenti.

Quindi, dopo l’esperienza con ITnet si è ritrovato a lavorare per Wind.
Sì, ma la cosa è durata poco. Nel giro di un anno ho lasciato anche loro per andare a fare altro. Sono andato a Milano a fare il direttore acquisizione a I.NET. Proprio nel momento in cui, all’alba del 2000, è stata costituita MIX srl. E ho avuto la fortuna di essere scelto come presidente.

Perché c’era bisogno di una struttura come il MIX?
La storia comincia nel 1996, con il fallimento del provider Video On Line. Lì si è capito che c’era bisogno di chiarire un paio di regole. L’Antitrust ha permesso a Telecom di prendersi quello che rimaneva di VOL a una condizione. Cioè, quella di condividere con gli altri provider un punto di interconnessione neutrale (NAP) che era già stato costituito informalmente tra gli altri operatori presenti sul mercato.

Parliamo proprio di accesso fisico.
Certo. Prima di allora, l’antenato del MIX non era altro che un armadio pieno di cavi e uno switch dentro il data center di I.NET localizzato in via Caldera. Questo fatto creava un certo squilibrio a favore dell’operatore milanese.

Cosa è successo dopo?
Nel 1999, un gruppo di tecnici rappresentanti di tutti gli operatori ha studiato come spostare i servizi che prima erano ospitati da I.NET in una struttura a sé stante. Così, dopo un annetto è nato il MIX sotto forma di srl. Da quel momento è sempre stato un centro autonomo che garantisce a tutti i clienti un buon servizio.

Così, il MIX è diventato un grande gate di entrata per l’Internet italiano.
Dal punto di vista funzionale, non è strettamente necessario che i bit passino di qui. La Rete permette di seguire strade diverse. Il MIX però permette ai provider di portare la connettività ai propri clienti con appena quattro o cinque salti da un server all’altro.

Una sorta di nodo di scambio.
Il vero ruolo del MIX consiste nel ridurre la latenza, ovvero il lasso di millisecondi che divide un terminale dal suo server di riferimento. Più l’informazione si diffonde all’interno dei nodi della rete, più il ritardo di connessione aumenta. La soluzione migliore è fare pochi salti e passare qui da noi a Milano.

Immagino sia importante per voi non staccare mai la spina.
Abbiamo i nostri sistemi di sicurezza, compresi i gruppi elettrogeni di emergenza. Ma non possiamo dare garanzie del cento per cento. In dieci anni si è fermato solo un paio di volte. E tanto per intenderci, il famoso blackout del 2003 non ha creato alcun problema.

Con gli anni, il MIX ha continuato a crescere.
Ora da Milano passano tutti i grandi operatori di telecomunicazioni. Recentemente, si sono connessi anche dei gruppi internazionali, mentre il traffico di banda cresce a ritmo giornaliero. Adesso siamo sui 90 Gb al secondo.

E nelle vostre stanze sono conservati alcuni dei “tasselli” della Rete.
Sì, parliamo di un paio di Root nameserver che sono stati duplicati al MIX. Nel mondo esistono tredici tipi diversi di questi server. Hanno il compito fondamentale di gestire a livello globale l’indirizzamento dei pacchetti di informazioni verso i domini canonici, tipo “.it”, “.org” e così via.

Quelli del MIX, in pratica, sono dei cloni?
Esatto, e ne esistono in tutto il mondo. Intendiamoci, ognuno dei Root nameserver sparsi per il globo è una rete di calcolatori che condivide lo stesso indirizzo IP. Sono regolati da un sistema di aggiornamento che fa in modo di farli funzionare in modo armonico. Una bella soluzione pensata per mettere al sicuro il nucleo di Internet in luoghi geograficamente diversi tra loro.

Sembra quasi di vederla, Internet. Eppure la Rete italiana non se la passa altrettanto bene.
Ogni paese ha i suoi problemi, che tuttavia non sono mai gli stessi. Anche in Italia, ci sono luoghi dalla copertura buona, e altri dove invece è pessima. In giro troviamo ancora poca fibra ottica e in certe aree l’ADSL non è mai arrivata. Tutta colpa di una cattiva pianificazione strutturale.

A cosa si riferisce?
Tra i vari nodi troviamo ancora un po’ di strozzature che rallentano la trasmissione dei dati. La Rete è stata portata nelle case degli italiani con una strategia sbagliata. In pratica, noi dipendiamo ancora dai doppini in rame stesi cento anni fa. Allora, servivano per la rete telefonica, oggi fanno viaggiare i bit. E, paradossalmente, i cavi più vecchi sono di qualità migliore rispetto a quelli nuovi.

Ma non possiamo dirci tanto soddisfatti.
Tirando qua, tirando là, si è arrivati alla copertura attuale. Ma non si può costruire il futuro del paese su una rete del genere.

Ci sono dei problemi?
Le linee sono tarate per far passare circa duecento doppini, a cui si possono assegnare al massimo 50 ADSL, non di più. Come se non bastasse, sono linee pensate per la voce, e quando ci passano anche le alte frequenze ADSL, le interferenze rendono il servizio inutilizzabile.

La soluzione?
Stendere i cavi in fibra ottica e connettere tutto il paese. Ma dobbiamo pensare in grande, e fare un lavoro come si deve. La connessione in fibra deve poter raggiungere tutte le abitazioni. Basta fissare dei punti di snodo da cui far partire le diramazioni della rete. Con le tecnologie di adesso, singole centrali a fibre ottiche possono servire tranquillamente un’area del raggio di trenta kilometri.

Quanto ci dovremmo investire?
Bastano dodici miliardi di euro per cablare tutta l’Italia. Molto meno di qualsiasi ponte sullo stretto. Abbiamo a disposizione tecnologie di scavo a basso costo, basta solo volerlo. La regione Lombardia ha già un progetto pronto a partire. Con poco più di un miliardo cablerà metà del suo territorio.

Mettiamo di riuscire a portare la fibra ottica in tutta Italia. Quale sarebbe il passo successivo?
Chi gestisce la rete in fibra ottica, che sarà unica, dovrà essere separato dagli altri operatori che vendono servizi Internet. Oggi, quasi tutti viaggiano su linee di proprietà Telecom, che a sua volta fa anche il provider. In una situazione del genere la competizione zoppica.

C’è una via di uscita?
Se ci fosse un gestore separato della fibra, ci sarebbe più margine per la libera concorrenza. I prezzi di mercato si abbasserebbero e ci guadagneremmo tutti. Certo, ci sarebbe ancora il problema per Telecom di come gestire la migrazione degli operatori dal doppino in rame alla nuova fibra ottica per tutti i servizi voce e internet.

Siamo pronti per un mercato del genere?
I tempi sono quasi maturi. Ormai il periodo pionieristico di venti anni fa, dove si improvvisava molto, è finito. Penso a un piano di investimento con un ritorno di medio periodo – diciamo dieci anni – da cui tutti possano trarre un vantaggio economico. La vedo come l’unica opzione sostenibile per il paese.

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Lorenzo Mannella



4 commenti
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