[C'era una volta il Web] Maurizio Codogno: “Il mio primo login”
Maurizio Codogno (“.mau.”, per chi frequenta la Rete) è un matematico e informatico torinese, classe 1963. Lavora per Telecom, fa il portavoce di Wikimedia Italia e cura un blog su Il Post. Mentre Apple lanciava il primo Mac, lui già chattava oltreoceano. Ci spiega cosa c’era prima del Web.
Codogno, a quando risalgono le sue prime esperienze con la Rete?
Me le ricordo bene. Era il 1984, e frequentavo il secondo anno di matematica alla Scuola Normale di Pisa. In un sottoscala del palazzo dei Cavalieri c’erano un paio di terminali connessi al Cnuce-Cnr, uno dei principali nodi del network europeo.
Lei parla di un network venuto prima del Web. Quest’ultimo, dopotutto, rappresenta solo una chiave per accedere alla Rete.
Esatto, negli anni ‘80 Internet come la conosciamo adesso non esisteva. Non utilizzava ancora il Web come interfaccia e, in Europa, si divideva in due reti principali. Una era Bitnet, e veniva gestita da Ibm; l’altra era Decnet, della compagnia Vax.
Quale preferiva?
Io utilizzavo la prima, e uno dei punti di accesso si trovava proprio a Pisa. La rete raggiungeva il Nord Europa, e da lì si estendeva fino agli Stati uniti attraverso cavi sottomarini. Una realtà all’avanguardia, ma allora si navigava a pochi kilobyte al secondo.
Una Rete che conoscevano in pochi. Elettrizzante, vero?
Sì, mi sono fatto subito dare una password didattica e ho iniziato a connettermi per parlare con chi incontravo a spasso sul server.
In che modo, se non esistevano ancora le interfacce come Skype e Facebook?
Esistevano comunque le chat. Quella di Bitnet si chiamava RELAY e aveva dei comandi speciali per inviare messaggi in tempo reale. Niente di troppo differente da quelle che usiamo oggi. Il vero problema era trovare qualcuno con cui parlare dall’altra parte dell’Oceano.
Avevano poca voglia di scambiare opinioni?
No, tutt’altro. Il fatto era che gli americani avevano libero accesso ai terminali solo dopo l’orario di ufficio. Se si tiene conto del fuso orario, significa che quando nella East Coast finiva il turno di lavoro, qui in Italia era ormai mezzanotte.
Insomma, bisognava perdere qualche ora di sonno.
Già. Spesso rimanevo in piedi fino alle 3 di notte. Brutta abitudine per uno studente, ma ne valeva la pena. Una cosa è certa: a causa di questa storia del fuso orario, non ho mai chattato con quelli della West Coast. A meno che non fossero davvero molto mattinieri.
Come passava le sue serate online?
Ai tempi mi interessava molto il basket Nba. Perciò contattavo gli americani e mi facevo mandare i risultati delle partite via chat. In questo modo mi arrivavano molto prima che li ricevessero i giornali sportivi. Chiamiamolo un RSS feed manuale.
La passione per la Rete, quindi, è nata così?
Sì. Poi, con il passare degli anni è diventata un vero e proprio lavoro. Nei primi anni ’90 mi occupavo di algoritmi per il riconoscimento vocale. Seguivo per conto mio gli aggiornamenti sul tema e chiacchieravo con i miei amici di tastiera grazie al BBS (Bulletin Board System). Erano delle reti amatoriali grazie a cui si connetteva il proprio modem con quelli di altre persone. Il risultato finale era che si scambiavano messaggi e si discuteva un po’ su tutto.
Negli anni ’90, la Rete ha fatto un salto in avanti, adottando un “linguaggio” comune. Ci spiega perché?
Per trasmettere informazioni su Internet c’è bisogno che tutti i terminali connessi seguano degli standard relativi ai protocolli di trasmissione dati. Insomma, un computer deve capire cosa dice l’altro, altrimenti non si va da nessuna parte.
E la scelta è caduta sui linguaggi del Web di Tim Berners-Lee.
Sì, si tratta del linguaggio Html proposto nel 1991. Ma esistevano anche delle alternative, che poi sono cadute in disuso. Una era Gopher, un protocollo ideato secondo la stessa logica dell’Html, ma basato solo su termini testuali.
Sul Web, invece, si è arrivati alla visualizzazione diretta di immagini.
Si trattava comunque di figure incorniciate in pagine molto scarne e statiche. E non erano neppure tanto diffuse, perché le connessioni erano troppo lente. Per scaricarne una ci voleva un’eternità.
Nel frattempo è arrivata la svolta, e Internet è entrata nella vita di tutti i giorni. Anche in Italia.
Esatto, nel 1994 Telecom ha cominciato a mettere in piedi Internet come lo conosciamo oggi. Si chiamava Interbusiness, un servizio rivolto soprattutto alle aziende. Allora, io lavoravo nel gruppo che si occupava di protocolli di trasmissione dati. Facevo il consulente interno per Telecom: in pratica spiegavo loro come avrebbero dovuto strutturare la nuova rete.
A quel punto, il Web è diventato l’interfaccia che ha avvicinato la Rete a tutti. Cosa è cambiato?
All’improvviso su Internet è arrivata un mucchio di gente. Fino al 1994 c’erano solo provider accademici, e gli utenti erano davvero pochi. Poi, dal 1995 si sono diffusi i provider commerciali, e il fenomeno Web è esploso. Prima su Internet si trovavano soprattutto grandi discussioni. Su temi politici, letteratura, musica…
Sembra di parlare di un mondo totalmente diverso.
Ne è passato di tempo. E pensare che molte di quelle pagine, compreso il mio primo sito, non ci sono più. Forse su archive.org si trova ancora qualche frammento.
Ma quindi la Rete conserva tutti i propri ricordi?
Non proprio tutti. Ma diciamo che Internet ha una memoria abbastanza lunga. Se uno cerca seriamente, può trovare pagine dei primi anni ’90. Però, farlo con i normali motori di ricerca non è facile. Google di certo non fa saltare fuori tutti i risultati che ha in pancia. Più parole chiave si aggiungono, più scava in profondità. Ma non sono operazioni affatto banali.
Che futuro immagina per il Web?
Penso diventerà sempre più parcellizzato. Mi aspetto l’arrivo di un successore di Facebook. Qualcosa che attiri l’attenzione del grande pubblico. Nei minimi spazi che rimarranno fuori sorgeranno, invece, tante piccole realtà differenti. Insomma, l’equivalente cibernetico dei piccoli negozi che possono prosperare senza essere fagocitati dai grandi centri commerciali.
Un’ultima domanda. Per lei, cos’è Internet?
È lo strumento con cui posso trovare persone con i miei stessi interessi. Anche se si trovano dall’altra parte del mondo. Semplice, no?
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Lorenzo Mannella
http://web.archive.org/web/20011211144842/http://beatles.cselt.stet.it/~mau/ Sì, c’è ancora.
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